Statistiche E-commerce in Aumento


Un settore che non conosce la crisi è E-commerce online.

Come creare il tuo business realizzando un sito e-commerce.

siti e-commerceCome GETTARE LE FONDAMENTA per creare un buon sito E-commerce
Il vero problema è che ottimizzare un sito per la vendita è molto  più complesso  rispetto alla realizzazione del sito stesso: servono buoni architetti web, che conoscano concetti come ergonomia e usabilità. Poi, bisogna considerare il lato più “oscuro” dell’ecommerce: l’integrazione dell’ordine eseguito via web con il resto dei processi aziendali. È proprio su quest’ultimo  punto che molte iniziative online  sono fallite: fare l’ordine e portare a termine il pagamento on-line, infatti, è quasi sempre solo l’inizio.

Per i cosiddetti beni materiali occorre invece, nel migliore dei casi, recuperare la  merce dal magazzino, metterla in un pacco postale e affidarla al servizio di consegne: sembra facile, ma non lo è. Tanto per cominciare, perché sia efficace, il magazzino deve essere in linea con il sito web, per evitare che un cliente ordini un bene che è momentaneamente esaurito.



E, se per un’azienda piccola, magari a conduzione familiare, l’inventario del magazzino può tranquillamente essere tenuto a mente dal proprietario, per un sito più grande, con molti prodotti diversificati in vendita, il problema è decisamente maggiore. Per risolvere tutte queste questioni, sono nate intere soluzioni software dai costi elevatissimi che, nella maggior parte dei casi, non hanno mantenuto le promesse di efficienza e convenienza che sembravano dover garantire.

L’E-COMMERCE IN ITALIA crea il tuo business

In generale, tutto l’e-commerce in Italia ha subito un certo ritardo rispetto agli USA. Tra i motivi principali, il basso numero di collegamenti a Internet e la scarsa propensione agli acquisti on-line. A dicembre 2012, periodo in cui l’e-commerce aveva  già subito una prima battuta d’arresto, le statistiche dicevano che il 79 per cento degli italiani era dotato di un pc in casa, il 58 per cento aveva a disposizione un collegamento a Internet e solo il 21 per cento dichiarava di acquistare merci on-line. Nel giugno 2013 questa percentuale era raddoppiata,  passando al 38 per cento. Anche considerando il totale della popolazione italiana, si tratta comunque di una percentuale troppo bassa per garantire  un buon volume d’affari. Questo non ha impedito  la nascita di iniziative di un certo rilievo. CHL è stata una delle prime.

Nata dall’idea di un gruppo di amici i quali hanno capito, forse prima di altri, che non sarebbe stato difficile vendere hardware on-line, CHL in pochi anni è diventato con ogni probabilità il primo sito italiano di e-commerce.

La formula iniziale era interessante, perché aggirava uno dei problemi più sentiti in Italia: i pagamenti on-line. Gli italiani sono da sempre un po’ refrattari agli acquisti per corrispondenza, che   invece nei paesi anglosassoni vanno fortissimo. Così CHL pensò di accettare gli ordini on-line ma di creare dei punti di presenza sul territorio, a diffusione capillare, presso i quali l’acquirente avrebbe pagato e ritirato la merce. Di fatto non cambia nulla, sempre di un ordine on-line si tratta; ma la presenza di una persona fisica al momento del ritiro, probabilmente, ha convinto più di un compratore. Tralasciando oggetti come vestiti, scarpe e mobili, tutte categorie per cui gli italiani continuano a  referire l’acquisto dal vivo, altri settori che vanno molto bene in Italia sono quelli a marchio globale, i beni immateriali (musica, software, viaggi) e, cosa che ha stupito molti, gli alimentari.

Da un lato ci sono i prodotti tipici a forte connotazione geografica e culturale, che dimostrano buona vitalità (basta  una ricerca su Google per rendersene conto). Dall’altro, ci sono i servizi di “spesa on-line”, che  soprattutto nelle grandi città consentono un notevole risparmio di tempo per alcuni utenti particolari, come i single senza grandi problemi economici.

QUANDO UN SECONDO BOOM?

Andando a vedere cosa fanno gli utenti italiani sui siti di e-commerce, salta immediatamente all’occhio che i visitatori sono molti ma gli acquirenti pochi. Spesso i siti vengono 
utilizzati  per la comparazione tra i prezzi, per poi acquistare in modo tradizionale in un secondo momento. Per alcuni osservatori, questo fenomeno è importante e la rinascita dell’e-commerce è  solo una questione di tempo. Non resta che aspettare e vedere.

Nel 2012, il valore dell’ecommerce in Italia è stato  di circa 37,2 milioni di euro, e le aziende hanno investito in iniziative on-line una cifra media pari a 480  mila euro, sostiene Confcommercio.



L’investimento medio è però stato inferiore a quanto accade negli altri Paesi europei, dove si aggira intorno ai 300 mila euro.  Dunque, non siamo certo all’avanguardia.

Anche se, viste le ingenti perdite, soprattutto a livello mondiale, che l’e-commerce ha distribuito a destra e a manca, forse non è un male. Le offerte sono molteplici, dalla  musica alle automobili, dall’hardware ai viaggi: non importa il settore merceologico, la vendita di beni  direttamente al consumatore attraverso Internet (spesso identificata come e-commerce B2C, business to consumer) è in perdita, spesso  pesante.

E l’Italia non fa eccezione

La cosa sorprendente, invece, è che il settore con maggiore fatturato nel campo del B2C, in Italia e nel mondo, è sostanzialmente connesso con il “mestiere più antico del mondo”, e spesso opera molto vicino a quella sottile linea che separa legalità da illegalità: la pornografia.